feb 09 2010

Paranormal activity… ( di chi ? )

Tag:Milosz @ 0:33

… e si continua a pensare che film del genere non fanno nulla, perchè è per “finta”, finta non è sicuramente la compiacenza ed il suo consumo, e si continua a pensare che l’uomo cambi a secondo delle epoche e delle mode, e si continua a occuparsi di lui sociologicamente e psicologicamente, fare questi film è una pazzia nelle convenzioni autorizzate.

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feb 07 2010

a proposito di Berlusconi (e quindi dell’Italia) servo di Israele…

Tag:Milosz @ 0:50

così è stato chiamato il nostro Presidente del Consiglio sul sito internet della radiotelevisione di Stato iraniana (Irib) e la replica del Ministro degli esteri Franco Frattini non si è fatta attendere: «Noi siamo al servigio dei nostri valori e dei nostri ideali. Questi dicono che l’Olocausto è stata la più grande tragedia dell’umanità”

Ma io dico di soffermarci sulla sostanza della protesta iraniana:

Il Medio Oriente comprende 7 sui 19 regimi più repressivi al mondo È anche la culla della Jihad (guerra santa), una ideologia di dominazione del mondo. La metà dei principali  gruppi del mondo del  terrore  sono arabi e iraniani e 5 su 7 degli stati,  sponsor del terrorismo nel mondo,  sono arabi e iraniani.

Eppure la dittatura iraniana vuol darci lezioni di democrazia…

Nella propaganda dittatori arabi e iraniani ‘non c’è quasi nessun problema che non è causato da l’esistenza di Israele, unica democrazia del Medio Oriente. La maggior parte degli Stati arabi e musulmani non riconoscono il diritto di Israele ad esistere.

Eppure i soli arabi  e musulmani liberi  nel Medio Oriente vivono in Israele. Il governo israeliano è l’unico in Medio Oriente che è eletto dai cittadini liberi – compresi gli arabi ei musulmani.

A chi noi diamo i nostri “servigi”? Ad Israele? Dà fastidio che ci sentiamo piu’ vicini allo Stato di Israele che non ad un paese come l’Iran?

Ma come potrebbe essere diversamente? Israele è un paese libero occidentale, che riconosce i diritti individuali dei suoi cittadini (come il loro diritto alla libertà e la libertà di parola). Esso utilizza la forza militare solo per autodifesa. I nemici di Israele, al contrario, sponsorizzano le organizzazioni terroristiche e le dittature. Essi non riconoscono i diritti individuali dei loro sudditi e delle minorante religiose.

Usano  ogni mezzo per mantenere  ed espandere  il loro potere.

Le realizzazioni di Israele in qualsiasi campo sono enormi e non hanno alcun parallelo in qualsiasi altro paese di dimensioni paragonabili o di età. Essi sono stati raggiunti nonostante e durante una incessante e continua minaccia di violenza, nonostante la guerra, il terrore e la delegittimazione che potrebbero aver sconfitto ogni popolo minuto. In quasi ogni campo – lo sviluppo economico, tecnologico, l’integrazione degli immigrati e il mantenimento della democrazia – Israele dovrebbe oggi essere annunciata a livello internazionale come un modello  da emulare.

Soprattutto, Israele ha perseguito la pace. In soli 10 anni ha fatto un salto qualitativo per il quale sarebbe difficile trovare un precedente nel passato dei paesi europei .

Il processo “di pace”, il cui motto principale è “territori per la pace”, implica un paradosso in base al quale una democrazia minuscola è costretta a fornire ai propri nemici totalitari – decine di volte le sue dimensioni – l’unica cosa che gli manca: territorio.

In cambio, alle tirannie circostanti è stato chiesto di fornire la sola e unica cosa che gli manca: la pace.

Chi  ha offerto ai palestinesi  un futuro vero? Egitto?  Giordania? Siria? Libano? Gli Stati del Golfo? Se diamo solo una rapida occhiata alla storia del Medio Oriente ci  rendiamo i conto che per la maggior parte, le dittature vicine hanno sfruttato i palestinesi per i propri fini ideologici indifferenti alle conseguenze.  Israele, da solo in Medio Oriente, ha cercato di costruire, con e per i palestinesi, un futuro sostenibile e pacifico.

Lo sfruttamento dei palestinesi da parte dei paesi arabi è testimoniato ad esempio, dal fatto che ancora oggi ci sono i campi profughi, (nonostante milioni e milioni di euro a pioggia donati ad Arafat ed ai suoi successori) perchè non dare loro una migliore sistemazione se non per tenere eternamente aperto il problema e covare il rancore?

E che modello di pace mostrano nei loro paesi i paesi arabi a cominciare dall’Iran? Il disprezzo per la libertà della propria gente , il disprezzo per le minoranze.

Non accettiamo quindi lezioni da quel “pulpito”. L’impudenza è tanta!

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feb 05 2010

Il Belgio era l’unico paese al mondo che protestò presso la Santa Sede contro le parole di Benedetto XVI nel 2009

Tag:Tag , Milosz @ 1:09

Il Belgio era l’unico paese al mondo che protestò presso la Santa Sede contro le parole di Benedetto XVI nel 2009 per la questione preservativi, decontestualizzando le parole del Papa e ignorando ogni altra cosa detta in 6 giorni durante il viaggio pastorale  in Africa. 

Recentemente, la nomina del Vescovo  Leonard che sostituisce il progressista Danneels  forse  ha  risvegliato vecchi rancori  nelle Autorità belghe.
Il nuovo vescovo non è gradito alle autorità belghe, perchè non “progressista” ma troppo cattolico”.

Il Cardinal Danneels, primate del Belgio, è attualmente al primo posto nell’ordine del protocollo  belga (posti riservati al corpo diplomatico, si siede davanti a tutti gli altri, è il piu’ prestigioso)  .

Ma la politica ha trovato un rimedio: il Presidente del Senato Armand De Decker istituirà una Commissione  di lavoro per la  riforma del “Protocollo” belga.

Attualmente ai politici vanno le  ultime file  dietro la sedia del vescovo, tutti i rappresentanti politici fino ad oggi sono stati seduti dietro: i rappresentanti di Camera e Senato, i presidenti del Consiglio europeo (Herman Van Rompuy) e della Commissione europea (José Manuel Barroso),   il Primo Ministro del governo federale e vice premier.

Ora allo stesso modo, i capi del potere giudiziario (Corte di cassazione e la Corte costituzionale) dovrebbero occupare  il posto del Primate della  Chiesa.
In sintesi: in base alla nuova architettura del protocollo belga dovrebbe avere la precedenza il potere legislativo, esecutivo e giudiziario su quello spirituale.

Il primate del Belgio,  si troverà in compagnia dei responsabili  ebrei, musulmani, protestanti e laici  del Belgio.

Era un fatto simbolico il fatto di sedersi davanti: come ad indicare la chiesa cattolica   leader tra tutti i rappresentanti del corpo diplomatico belga,  e a cui ispirare le propie azioni.
Ora non sarà piu’ così, altrettanto ” simbolicamente”, Il Belgio rinuncia così alla sua identità cristiana, ma in questo caso non so’ quando altrettanto simbolicamente… .

salonbeige

gentilmente segnalato da Kattolico pensiero che si ringrazia

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feb 05 2010

Questo è un mezzo post, ma devo dirlo…

Tag:Tag Milosz @ 0:09

credo che anche tra i cattolici puo’ insinuarsi l’ideologia, considerare l’avvenimento di Cristo , come un fatto moralistico, ideologico, un fatto ormai acquisito, per cui è possibile  anche sacrificarsi e dare la vita ma senza esserci, senza commuoversi, senza essere così appassionati dell’umano fino a peccare, senza piu’ sentire un’abisso, indaffarati a fare tante cose anche se cristiane, a fin di bene, e se non a fin di bene per scherzo, e dividere le pecore buone da quelle cattive…e prevalere una falsa idea di perfezione senza quel rapporto. Di fronte al quale non si è piu’ mendicanti ma di fronte al quale si è trovato un atteggiamento per star bene. E’ esperienza di ogni giorno che genera una simile riflessione. Ora una cosa del genere salverà lo stesso, ma Dio è proprio grande ad amare un uomo così…

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feb 04 2010

dal sito Anna Vercos: Appello di Samar Sahbar

Tag:Tag , Milosz @ 1:22

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feb 03 2010

mio Dio, scaccia l’odio, facci rimanere quello che siamo

Tag:Tag , Milosz @ 22:53

L’ esperienza di amicizia di due donne: una palestinese, l’altra israeliana :

Samar Sahbar (palestinese) 46 anni, è una palestinese cristiana nata a Gerusalemme Est, vive a Betania, ha studiato allo Schmidts girls college di Gerusalemme Est, ha frequentato l’Università di Betlemme, ha seguito corsi in discipline educative in Inghilterra, alla Sussex University ed alla Bristol University. Ha seguito le orme dei genitori, fondatori della Jeel-Al-Amal home di Betania, che è diventata la più grande e più importante istituzione di aiuto all’infanzia in Palestina,  è dei Memores di Comunione e Liberazione.  Oggi Samar accoglie a Betania  bambini e ragazzi in difficoltà, senza distinguere tra religioni e provenienze diverse. Ha fondato la Lazarus Home For Girls, per aiutare anche bambine orfane e donne in difficoltà. Ha anche creato un negozio di fornaio a Betania per fare in modo che donne israeliane e palestinesi facciano insieme il pane per la pace. Angelica è divenuta per lei un’amica e una sorella. Non hanno importanza le rispettive posizioni politiche o il fatto che una viva da una parte e l’altra dall’altra parte del muro. “La cosa più importante è che stiamo tentando insieme di costruire un ponte di reciproca comprensione tra i nostri popoli”.
breadforpeace

Angelica Calo’ Livnè (israeliana) 49 anni, è un’ebrea nata a Roma, vive in Israele, nel kibbutz Sasa, Alta Galilea. È sposata con Yehuda, professore di matematica; hanno quattro figli maschi; insegna in un’università araba e in varie scuole. Collabora con vari giornali italiani raccontando la sua esperienza di “Educatrice alla pace attraverso le arti” e della Fondazione Bereshit di cui e’ l’anima e l’ideatrice. Ha allestito con il Teatro Comunitario della Galilea (compagnia teatrale composta di ragazzi ebrei, cristiani, mussulmani, arabi, drusi che ha fondato insieme al suo compagno), uno spettacolo di mimo e danze che racconta cosa passa per la mente di un adolescente che vive in un paese in guerra. Gira per il mondo, a volte con Samar, per scuole, licei, centri culturali in Italia e in Israele per raccontare che e’ possibile, che l’educazione può contribuire e forse e’ il mezzo più importante per costruire la pace, che Ebrei ed arabi possono vivere insieme. E’ direttore responsabile della radio “All for Peace”. Servendosi di questa emittente, israeliani e palestinesi lavorano per promuovere il dialogo, il reciproco riconoscimento, la pace. Insegna a ragazzi difficili già espulsi dalle scuole. Organizza laboratori serali dove le donne povere imparano un mestiere. Ha fondato nel suo kibbutz un rinomato agriturismo, aperto a tutti.

Angelica Calò Livnè
www.masksoff.org
www.breadforpeace.org
www.beresheetlashalom.org http://www.concertodisogni.com/angelica/index.htm
Angelica mi racconta di sé e della sua amica Samar: «Io sono una vera ebrea israeliana, Samar è una vera araba cristiana palestinese. La religione e l’appartenenza familiare ci dividono, ma il sogno ci unisce. Adesso Samar ha aperto a Betania un panificio dove lavorano insieme ragazzi e ragazze ebrei, musulmani, cristiani. Io continuo con la mia compagnia teatrale, dove recitano ebrei, musulmani, cristiani. Anche fare insieme il pane, o salire insieme sul palco, serve a costruire contro chi distrugge. C’è un’emozione che salva la vita», dice.dalla finestra vede il Lago di Tiberiade “Le sembra impossibile che su quella bellezza, resa più struggente dalla presenza del sacro legato a tre religioni, continui a soffiare l’alito dell’odio.”F. Zambonini)

- A dividere il piccolo teatro di kibbutz dalla casa d’accoglienza di Betania ci sono molti chilometri d’autostrada, il lago di Tiberiade, poi la valle del Giordano.  E, alla fine, la Storia con la esse maiuscola.

Tra i frutteti e le torrette militari nel nord di Israele, al confine col Libano degli hezbollah, in quel piccolo teatro che si chiama Arcobaleno, Angelica Calò Livnè insegna a recitare la pace a ragazzini ebrei, arabi, circassi, drusi, cristiani, musulmani; prega a ogni attentato, a ogni rappresaglia, «mio Dio, scaccia l’odio, facci rimanere quello che siamo». Dice: «Cercavo da tanto un’amica palestinese, una come me. Mi hanno parlato di lei, un giorno le ho telefonato, l’ho incontrata: anche tu devi assolutamente incontrare Samar, è speciale».

Sommersa dal mucchio selvaggio dei suoi bambini (lei li chiama «i miei figli») all’orfanotrofio Jeel El Amal di Betania, che ha ereditato dai genitori e ingrandito in un rifugio ancora più temerario – Lazarus Home – in cui si nascondono pure ragazze madri che la società palestinese condannerebbe senz’appello, Samar Sahhar è speciale davvero. Sorride: «Angelica è diventata mia amica, poi mia sorella. Dio ci ha fatte uguali».

“E’ un’amicizia quasi vietata dalla ragion politica, la storia con la esse minuscola di un’israeliana e una palestinese che forse Dio ha fatto davvero uguali ma che parrebbero quasi opposte: minuta e tutta nervi Angelica, boccoli neri e lunghe ciglia che s’inumidiscono per un nonnulla; quadrata e inaffondabile Samar, capelli corti e braccia da campione della fede.”

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feb 03 2010

Samar Sahbar

Tag:Tag Milosz @ 22:52

( da : nostre radici – 2003 ):

BETANIA (Cisgiordania)

Samar Sahbar,  insegnante, cristiana, è “mamma” di bambini orfani o abbandonati dalla famiglia - quasi tutti di religione musulmana – che accoglie in un a grande casa a Betania. Accanto alla “casa” (che ha per nome Jeel al Amal, Generazione della Speranza) c’è la scuola che ospita più di 300 ragazzi palestinesi. Betania è sotto l’amministrazione palestinese, ma essendo a pochi chilometri da Gerusalemme è controllata giorno e notte dalle truppe d’Israele. E, da qualche tempo, il lungo muro fatto innalzare dal governo israeliano divide la cittadina che conserva la tomba di Lazzaro dal territorio israeliano a simboleggiare una frattura che rischia di diventare insanabile.

Samar ha 42 anni, è cattolica, la prima pietra del primo rifugio è stata messa da Alice, sua madre, tanti anni fa. «Sono consacrata con i Memores Domini», dice. Non ha una famiglia sua. «Ma i miei figli sono questi». Abdallah, 10 anni, moncherini al posto delle mani, portato lì che non parlava neppure («ora è il più bravo della quarta elementare») le ha chiesto: «Mamma, come fanno le mucche e le pecore a mangiare, se c’è la guerra?». Tutti assieme, coi bambini raccolti nei campi profughi di Ramallah, di Betlemme, di Tulkarem, hanno deciso che mucche e pecore devono riprendere a mangiare, quindi la guerra deve finire. Samar ci mette del suo: «Un orfano non ha nessuno, quindi i ragazzi della strada sono tutti abili e arruolati per l’Intifada. I miei no. Non voglio che i miei figli muoiano o uccidano», sbotta.

Contro reclutatori e Autorità palestinese combatte così la sua invisibile guerra, pagando dazio. Ha aperto una panetteria in paese per raccogliere fondi, ma da un anno non le allacciano la corrente elettrica. La gente della strada ha firmato una petizione per chiudere l’orfanotrofio «che nasconde le donnacce». Se lei mollasse, «le donnacce» verrebbero probabilmente lapidate. Quindi tiene duro. E stringe a sé gli ultimi piccoli arrivati, Safiria, 6 anni, trovata in un pollaio piena d’ustioni, Nanni, 7 anni, ch’era incatenato in una grotta a Betlemme. Coccola Nahla, 14, che ha una lunga cicatrice sulla fronte ma è un cannone in scienze e va alle manifestazioni di Peace Now. «Cantiamo insieme, habibti, amori miei», dice. Dal refettorio si alzano voci di cristallo, «Ya raba salam/ imnan biladana salam, Dio della pace/ dà la pace alla nostra terra», e arrivano fino alla lavanderia governata da Alia, la donna che ha ucciso il suo violentatore. I parenti di lui la cercano da quando è uscita di galera. Ha una faccia incartapecorita. Dice: «Sono brava a lavare, sai? Però ho sempre mal di gambe, mal di tutto». Samar le accarezza una mano, «passerà, vedrai, passerà tutto».
Continua”Samar Sahbar”

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feb 03 2010

Una testimonianza di Angelica Calò Livnè

Tag:Tag Milosz @ 22:51

Una testimonianza di Angelica Calò Livnè

L’educazione è speranza. È l’ultima speranza che è rimasta al mondo per sopravvivere. Educazione dei figli, educazione di noi stessi. Alcuni giorni fa ero con un gruppo di vecchi amici. Ci si incontra ogni anno, veniamo da tutta Israele e camminiamo per km tra rocce e boschi per conoscere di più questa piccola terra e attraverso il dialogo con la natura il nostro legame si fa sempre più saldo.

Sembrava che nulla potesse intaccare lo spirito di questi sabre inossidabili straordinariamente abbronzati tutto l’anno per il lavoro all’aria aperta, era impensabile che l’amarezza e l’incredulità per la situazione in Israele potesse disegnare nemmeno per un attimo un’ombra di sconforto anche nei loro occhi. Durante la gita tra una scalata e l’altra sulle rocce del deserto nel Wadi Daraje davanti al Mar Morto, mi sembrava di non riconoscere più gli amici di sempre, questo gruppo di persone di grande qualità e spessore umano che 25 anni fa aveva liberato a Misgav Am, un kibbutz sulla frontiera con il Libano, 11 bambini di tre anni che due terroristi avevano preso in ostaggio.

Mentre camminavamo tra due pareti immense di rocce maestose raccontavo loro dei miei viaggi in Italia e nel mondo insieme a Samar Sahhar, la mia amica palestinese, direttrice di un orfanotrofio a Betania, del nostro impegno per la pace e dell’affetto con cui veniamo accolte ovunque raccontiamo la nostra esperienza educativa.

Avi, agronomo, mi interrompe: “È bellissimo sentire le tue storie sul tuo teatro di ragazzi ebrei ed arabi e sui tuoi sforzi per avvicinare i cuori, ma non c’e’ niente da fare cara amica: loro, gli arabi, ci vogliono morti, non ci vogliono qua in Israele, non hanno nessuna intenzione di vivere al nostro fianco! Non ci sarà mai pace con i palestinesi. Non si potrà mai dialogare con questa gente, so che lo desideri molto ma non è un sogno realizzabile!”

Sono uomini di 45 anni che ho conosciuto ragazzi, quando avevano l’età che ha ora mio figlio. Padri senza un futuro, che costruiscono case e famiglie a cui non possono promettere nulla. Comincia una discussione accesa, dolorosa, di gente che si sente tradita e io mi rendo conto che non posso essere sopraffatta dalla tristezza, dai fatti, da immagini di attentati, di barriere. Mi rendo conto che hanno bisogno di sentire la mia voce. Una voce che era anche la loro e che hanno perso perché non hanno la fortuna come me di credere profondamente nella forza e nel valore inestimabile dell’educazione.

Di sapere di avere la responsabilità di una generazione da crescere. “E allora perché restare qui? – domando -”Perché rimanere attaccati a questa terra così profondamente? Perché insegnare ai nostri figli a conoscerne ogni piccola pietra? Abbiamo il dovere di sperare, di continuare a provare a cercare il modo di vivere insieme a loro, alla gente che abita al di là della barriera. Di convincerli e convincerci che si può. Di trovare il modo di crescere i loro e i nostri figli normalmente! Dobbiamo fare il possibile! E dobbiamo iniziare dall’educazione, nostra e loro, lo stiamo facendo e continueremo a farlo, non possiamo arrenderci. Solo noi possiamo insegnare a questa gente il coraggio di amare la vita, il segreto della laboriosità che crea lavoro, pane, speranza!”

La mia voce echeggia come a supplicare i miei interlocutori di non mollare, non loro per favore! “Ma oggi la Galilea è la culla di Hamas….” mi dice Hanoch. “Lo so, io ci vivo in Galilea ma gli arabi di Fassouta e di Jish sono di casa da noi. E tanti di loro cercano la tranquillità come la cerchiamo noi. La vita da vivere è molto meno complicata della vita che si racconta!”

Al momento di lasciarci Amos, il più disincantato, con un passato ricco di storie, uno che gli arabi li conosce bene, per averci lavorato insieme, per averci vissuto insieme mi abbraccia e mi dà una specie di benedizione a modo suo…….. “Continua cosi, ce ne vorrebbero tanti che ancora credono…”

Vi mando questa benedizione, questa preghiera. Questa urgenza: credere!

E la profezia avvererà se stessa! È cosi!

Angelica Calò Livnè

(Kibbuz Sasa Alta Galilea )

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feb 03 2010

Seminario del “Palestinian Media Watch” alla Camera

Tag:Tag , Milosz @ 0:15

(ANSA) – ROMA, 28 GEN – ”In inglese, Abu Omar parla di processo di pace ma in arabo, rivolto al proprio popolo, afferma che Israele non esiste ne’ ha il diritto di esistere”.

E’ rivolto a una comunita’ internazionale ”del tutto inconsapevole” l’appello fatto oggi dal direttore Itamar Marcus e dai ricercatori dell’ong israeliana Palestinian Media Watch (Pmw), che ha illustrato quella che ha definito la campagna sistematica di istigazione all’odio contro gli ebrei e al terrorismo internazionale condotta dai palestinesi e tragicamente rivolta soprattutto ai bambini, in un seminario organizzato oggi dall’Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele.

La ong israeliana, che si occupa di analisi e monitoraggio delle televisioni e dei testi scolastici palestinesi, ha proiettato per due ore estratti di spot televisivi, documentari ma soprattutto ‘insegnamenti’ veicolati, a suo giudizio, per conquistare la mente dei piu’ piccoli: personaggi di cartoni animati – Topolino incluso – che inneggiano allo sterminio degli ebrei, libri di testo che incitano all’odio, scuole e campi da gioco intitolati alla ‘’stimata martire” Dalal Mughrabi, autrice del sanguinoso attentato terroristico del 1978, nel quale morirono 37 ebrei.

Secondo la Ong israeliana, si tratta di una campagna capillare che, se sottovalutata, rischia di degenerare con conseguenze catastrofiche per l’umanita’. Che non sembra pero’ preoccuparsi ”perche’ dai tempi della Guerra Fredda, il mondo e’ stato diviso in due parti, gli imperialisti cattivi e i buoni sofferenti, e in questo i palestinesi sono riusciti a piazzarsi molto bene”, ha detto l’onorevole Fiamma Nirenstein (Ufficio di Presidenza dell’Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele). La conseguenza e’ la diffusione di una serie di ”menzogne sconfinate e ripetute” che ha prodotto la cecita’ di ”un’opinione pubblica precondizionata dall’Onu, dalle ong e da tutti gli istituti internazionali in cui ci sono delle maggioranze precostituite dei paesi islamici”.

La soluzione auspicata e’ che i governi occidentali pongano la condizione di ”educazione alla pace” prima di concedere finanziamenti all’Autorita’ Palestinese. E monitorino costantemente cio’ che avviene nelle scuole e sui media di molti paesi arabi, al di la’ delle parole di pace pronunciate solo in inglese dai loro leader. (ANSA).

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feb 02 2010

La UE dovrebbe vigilare per il bene dei palestinesi l’utilizzo dei fondi

Tag:Tag , , , Milosz @ 23:51

(Da: Jerusalem Post, 30.1.10)

di Matthew Sinclar

È facile per i governi occidentali fare prediche su cosa bisognerebbe fare per porre fine al conflitto israelo-palestinese. Ma in quanto governo coinvolti nella elargizione di finanziamenti all’Autorità Palestinese, essi dovrebbero ammettere che anche loro hanno da render conto, ed esigere lo stesso come una sorta di ricevuta da coloro che aiutano. Una larga porzione di quei fondi finiscono infatti col supportare nei territori palestinesi l’istigazione, l’indottrinamento all’ostilità e la cultura dell’odio, cose che a loro volta gettano i semi per il prolungarsi del conflitto futuro nei decenni a venire.

Nel 2007 l’Unione Europea come tale ha donato 420 milioni di euro all’Autorità Palestinese, ma anche gli stati membri hanno singolarmente garantito ampi aiuti bilaterali indipendentemente da quelli della UE. La Germania ha provveduto 55 milioni di euro, la Francia 67 milioni, l’Italia 26,8 milioni, la Svezia 617 milioni di corone, il Regno Unito 63,6 milioni di sterline, oltre a molti altri contributi da altre nazioni. Successivamente molti paesi hanno aumentato le loro donazioni, in particolare in relazione allo sforzo di ricostruzione dopo il conflitto nella striscia di Gaza, e naturalmente anche gli Stati Uniti sono un grosso donatore.

Tutte queste donazioni generano responsabilità. Milioni di euro dei contribuenti europei contribuiscono attualmente in modo determinante a sostenere l’Autorità Palestinese. Molti di questi fondi vengono dati come supporto finanziario diretto, sottoforma di trasferimenti incondizionati all’Autorità Palestinese o pagamenti dei suoi debiti. Ciò significa che i governi occidentali stanno sorreggendo l’Autorità Palestinese e tutte le attività, buone e cattive, che l’Autorità Palestinese intraprende con il suo budget.

Continua”La UE dovrebbe vigilare per il bene dei palestinesi l’utilizzo dei fondi”

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feb 01 2010

…a proposito di muri

Tag:Tag , Milosz @ 20:27

Il muro costruito dagli Israeliani è stato realizzato per proteggersi dagli atti di terrorismo palestinesi  (sono quasi spariti dopo la costruzione del muro) , ma  molti invece lo chiamano “muro della vergogna”, questi  nulla dicono degli altri muri, eccone alcuni:

1) USA/MESSICO: una barriera contro milioni di clandestini illegali che, dal Messico, cercano di entrare negli USA per non morire di fame e cercare di vivere un po’ meglio. Costruire un muro per tenere lontani dei poveretti è, forse, più legittimo che costruirne uno per tenere lontani terroristi?
2) COREA DEL SUD/COREA DEN NORD: la Corea del Sud si protegge dalla Corea del Nord mediante un muro che si sviluppa per la maggior parte della frontiera tra i due paesi;
3) TAILANDIA/MALESIA: la Tailandia ha edificato sulla parte accessibile della sua frontiera un muro per impedire a terroristi islamici di raggiungere le sue agitate provincie a maggioranza musulmana;
4) ZIMBAWE/BOTSWANA: una barriera elettrificata si sviluppa lungo tutta la frontiera tra i due paesi. Ufficialmente per impedire agli animali selvatici di passare da un paese all’ altro; in realtà serve per evitare che profughi dello Zimbawe entrino nel Botswana;
5) UZBEKISTAN/TAGIKISTAN: l’ Uzbekistan ha costruito un muro equipaggiato con sensori e videosorveglianza lungo la sua frontiera con il Tgikistan;
6)  INDIA/PAKISTAN: costruito per le stesse ragioni. Lungo 3300 km si sviluppa lungo una frontiera che il Pakistan contesta;
7) PAKISTAN/AFGHANISTAN: costruito dai Pakistani e lungo 2400 km;
8 .) EMIRATI ARABI UNITI/OMAN: costruito lungo tutta la linea di coinfine con il sultanato dell’ Oman;
9)  ARABIA SAUDITA/YEMEN: L’ Arabia Saudita, primo paese a prodursi in zelanti critiche al muro costruito da Israele, ha costruito un muro in calcestruzzo armato, munito di sensori e telecamere per impedire l’ immigrazione illegale dallo Yemen, e senza esitare di fronte allo sconfinamento di questo muro entro il territorio dello Yemen;
10) KUWAIT/IRAQ: data l’ esperienza poco esaltante con Iraq, il Kuwait ha rinforzato il muro, già esistente, lungo 215 km di frontiera con l’ Iraq;
11) TURCHIA/CIPRO: la Turchia (che vuole entrare in Europa), ha costruito un muro per delimitare i territori che rivendica a Cipro;
12) MAROCCO/SAHARA: vine definito “cintura di sicurezza”, è lungo 2700 km nel Sahara Marocchino per proteggersi dalle invasioni dei terroristi del Fronte Polisario;
13) SPAGNA/MAROCCO: la Spagna ha costruito una barriera elettrificata costantemente vigilata su una parte della sua frontiera con il Marocco per impedire l’ immigrazione clandestina;
14) muri IRLANDESI: in Irlanda del Nord (e non solo a Belfast) molti muri separano cattolici e protestanti. Per impedire violenze interi quartieri di Belfast sono stati sfigurati e divisi, case rase al suolo ed abitanti spostati da un altra parte;

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feb 01 2010

Pakistan, i ghetti dei cristiani

Tag:Tag , Milosz @ 20:07

ma per l’europa esiste solo il muro israeliano che chiamano “il muro della vergogna” (fatto per la difesa dei suoi cittadini)…e invece questo cos’è!?

( da Avvenire)

È un quartiere di un’altra epoca quello che si estende nel cuore di Islamabad, la capitale politica del Pakistan. Un gigantesco agglomerato di case di pietra e lamiera incastrate su un terreno che scivola in dolce pendio: lo chiamano “la colonia francese”. È in questa baraccopoli, situata sugli ex catasti dell’ambasciata di Francia, che vivono cinquemila cristiani, a poche centinaia di metri da sontuose moschee nuove fiammanti. Ormai da qualche mese, un muro separa i residenti dai vicini sobborghi danarosi. Vi si entra imboccando un piccolo androne sotto lo sguardo divertito di un pachistano abbigliato del tradizionale salwar kamiz.

(…)

Il giorno volge al tramonto, mentre le salmodie si perdono tra i richiami alla preghiera che arrivano a voce spiegata dai minareti vicini. Cristiani reclusi in recinti impermeabili al mondo esterno: è un fenomeno frequente nel “Paese dei puri”. Vittime dirette della lenta radicalizzazione dell’islam in Pakistan, bersagli di un clima d’intolleranza nei confronti di chiunque non condivida le convinzioni religiose del novantasei per cento della popolazione, i tre milioni di componenti della prima minoranza del Paese hanno imparato a vivere ai margini del sistema economico e sociale.

A cinque ore di strada da Islamabad, il quartiere di Kot Lakhpat, a Lahore, concentra la più vasta comunità di cristiani del Pakistan. La vita si svolge attorno alla chiesa cattolica di San Francesco, anch’essa circondata da mura. I fedeli che affluiscono per la messa domenicale entrano col contagocce, dopo essersi fatti riconoscere da un poliziotto armato fino ai denti. Sono, in maggioranza, discendenti delle prime comunità che si dice siano state fondate dall’apostolo san Tommaso e da indù delle caste inferiori convertiti già alla fine del XIX secolo sotto l’influenza britannica. Varcate le porte, la tensione scende di colpo e il fervore diventa palpabile.  (continua)

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feb 01 2010

Antonio Socci/ Storia di Shazia, 12 anni, cristiana

ormai la prudenza non è piu’ giustificabile ( ma non deve parlare la Chiesa ma l’Europa politica!), ma l’Europa politica tranne qualche eccezione ha fatto l’Europa delle banche e non sente ancora l’urgenza di un cambio di condotta..anzi fà la guerra alla Chiesa.
Bello che invece Berlusconi ha detto in Israele che il collante dell’Europa con Israele sono le radici comuni giudaico cristiane.

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